Sul dress code da UFFICIO

Di Enrico Grigoletti
Illustrazione di Diego Soprana

Week 38
OFFICE

Prima di iniziare a scrivere questo pezzo ho provato a pensarci per un po’ ma non sono riuscito a venirne a capo. Per quale motivo l’imposizione di un dress code all’interno del luogo lavorativo sembra essere una delle direttive aziendali più difficili da digerire? Certo, si tratta di una regola che va a toccare l’ambito personale ma credo che lo faccia allo stesso modo in cui lo fa l’obbligo di presenziare fisicamente all’interno di un luogo che non è il proprio spazio domestico.
Ok, forse indossare una giacca ed una cravatta non incontra i vostri gusti ma forse allora avete sbagliato lavoro o avete sbagliato azienda. Nel mio caso, quando ho dovuto fronteggiare la questione corporate dress code, era perché avevo sbagliato lavoro.
Facendo un passo a ritroso, le corporation hanno iniziato ad introdurre i dress code per perseguire diversi obiettivi: distinguere i ranghi aziendali in base al semplice assunto che l’abito faccia il monaco ma soprattutto per rafforzare il senso di appartenenza aziendale dei propri dipendenti. Mai si sarebbero aspettati che il desiderio di emancipazione dell’individuo ed un’isolata iniziativa come quella dell’Aloha Friday avrebbero reso quella regola tanto stretta da obbligare le stesse corporation ad introdurre il Casual Friday. Nel frattempo nel 1992 Levi’s pubblica “A Guide to Casual Businesswear”, un manuale inviato a 25.000 HR Director in cui veniva spiegato per filo e per segno il concetto di business casual.

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Image © Levi’s®

Certo, passare da camicia e cravatta a button down e chinos può sembrare un passo avanti ma in realtà si tratta di sostituire un’uniforme con una diversa. Forse si tratta semplicemente di dover accettare che ogni impiego richiede un’uniforme e se non potete scegliere il lavoro che preferite almeno prendete coscienza del fatto che nel momento in cui iniziate un rapporto lavorativo verrete sempre giudicati per quello che indossate e per come lo indossate. Non importa quanto il vostro posto di lavoro faccia bandiera del fatto di essere liberale in materia di vestiario, le aziende sono fatte di persone e le persone giudicano.
Ma appunto, non sempre siamo in grado di permetterci il lusso di un impiego che ci rappresenti al 100%. Vuoi perché si sta lavorando per costruire un percorso professionale alternativo e, purtroppo, le bollette vanno pagate tutti i mesi. Vuoi perché, molto più semplicemente, il lavoro rimane lavoro e di quello che succede dalle 9 alle 18 non ve ne frega più di tanto. Comprensibile.
Curioso di capire se questa dicotomia disturbasse solamente il sottoscritto ho provato a chiedere a chi, dalle 9 alle 18, ha vestito dei panni diversi solo per esigenze aziendali. Se sul palco Egreen incendia la propria fan base con barre a 3.000 gradi, per diversi anni Nicholas Fantini ha svolto, un impiego che gli “imponeva” una certa etichetta nella presenza.

Un’etichetta ben lontana da quella che Nicholas indossa sul palco o in generale quando non è alla scrivania.

Ho lavorato a pieni ritmi dai 18 ai 31 anni…in 13 anni di “contributi” ho svolto mansioni di ogni genere, davvero di ogni genere e come ben sappiamo, ogni mansione richiede un outfit del caso. L’ultimo lavoro, quello più impegnativo dal punto di vista del “look”, richiedeva ferrea eleganza lavorativa per occasioni formali/ufficiali e un casual dignitosamente elegante per il resto dell’anno…è ovvio che dopo un po’ che prendi confidenza con i clienti, allenti un po’ la presa e si crea un clima più informale anche nelle occasioni più serie…in poche parole però, ho indossato la camicia e i pantaloni stretti 365 giorni all’anno…d’estate, macinando i chilometri in centro Italia, anche 2/3 camice al giorno (:(:(:(: . Scindere lavoro/rap è stato obbligatorio. Concludo dicendo che tutto sommato, me la sono sempre vissuta abbastanza serenamente…anche perché non è che avessi molte alternative, in ogni caso.

Per par condicio abbiamo provato a contattare diverse aziende per capire il loro punto di vista ma a quanto pare si tratta di un argomento su cui molti non se la sentono di esporsi. O semplicemente si tratta di un tema che potrebbe generare confusione e malintesi tanto da diventare argomento di possibili strumentalizzazioni. Comprensibile.
Qualcuno invece ha ben pensato di sfruttare quell’area grigia che gravita attorno all’argomento per farne un saggio strumento di comunicazione. Come HP.

Ancora una volta sembra di dover affrontare l’eterno dibattito sulle uniformi a scuola. É veramente necessario un codice di condotta per l’abbigliamento sul posto di lavoro? Alcune industrie ed alcuni mercati sono ovviamente più sensibili ma, secondo me, in generale SI. Se sono costretto ad usare una specifica firma digitale, se devo essere presente in un luogo specifico all’interno di uno specifico range di orari, perché non devo sapere esattamente come mi devo vestire?
Avete paura che questo possa limitare la vostra libertà d’espressione? Andiamo, dovreste temere più sofisticati meccanismi sociologici che vi spingono ad agire ed esprimervi come milioni di altre persone piuttosto che temere una chiara regola aziendale.
E questo vale tanto per le corporation che siamo abituati a vedere nelle immagini di stock alla voce “business man presents P&L chart”, quanto per tutti quei colossi aziendali che non impogono un dress code. Perché alla fine non mettere nero su bianco che esistono delle regole da seguire sull’abbigliamento è solamente un modo più raffinato per imporre la stessa regola da un altro punto di vista.

Nicholas Fantini lo conoscono tutti come Egreen. In 8 giorni ha raggiunto il pledge per Beats & Hate, il suo disco prodotto via musicraiser.com.
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