Il realismo di Gomorra in un’intervista

Intervista di Enrico Grigoletti & Domenico Di Maio
Artwork Diego Soprana

Week 43
TELEVISION

Il panorama delle serie TV italiane è notoriamente piatto, tanto per cominciare – e su questo non ci sono dubbi. Fa male sentirlo e fa male dirlo (soprattutto da Italiano) ma la realtà dei fatti è che il Bel Paese ancora fatica ad esportare prodotti televisivi che catturino l’attenzione al di fuori dei confini. Facendo un paragone con il Cinema (il prodotto culturale più vicino alle serie TV) pare che gli unici prodotti nostrani in grado di arrivare alle parterre internazionali siano quelli del Realismo italiano. Penso a La Grande Bellezza, Cinema Paradiso o Gomorra.
Non sorprende quindi che Gomorra La serie fosse destinata a catturare l’attenzione di molti, specialmente all’estero. La realtà dipinta dalla serie è tagliente e molto spesso destabilizzandte. E si, purtroppo profondamente vera.
Ne abbiamo discusso dal punto di vista dei costumi con Veronica Fragola, costumista della serie.

Enrico Grigoletti) Gomorra La serie si è distinta per lo spiccato realismo. Un approccio che si riflette nei costumi che sono un’istantanea della società partenopea. Ti va di raccontarcelo?

Veronica Fragola) Ci sono film nei quali la creazione del look visivo e del costume richiede un grandissimo lavoro su un realismo che sia funzionale alla “verosimiglianza” che il regista ed il progetto richiedono.
Gomorra La serie è certamente un film di questo tipo all’interno del quale è molto importante che lo spettatore non metta mai in discussione la verità di ciò che vede. Questa necessità, che si fonda sul tipo di regia e di narrazione, deve essere supportata da un impianto estetico che, nel caso del mio lavoro, non faccia mai percepire il costume come una costruzione, ma sempre come uno squarcio di realtà.

Domenico Di Maio) In questo caso come ci si comporta? Immagino si parta da una ricerca etnografica.

Veronica Fragola) Mi capita spesso di confrontarmi con persone che credono che la preparazione di un film ambientato ai giorni nostri sia, dal punto di vista del costume, più casuale e meno approfondita, rispetto a quella di un film d’epoca.
La verità è che la ricerca iniziale va fatta con la stessa precisione e cura.
Io non sono napoletana né ho mai vissuto realtà come quelle che nella serie vengono descritte. Sono dovuta partire quindi da uno studio che è al tempo stesso estetico, sociologico e psicologico. Che è l’osservazione dei desideri, delle priorità, della cultura di un mondo come quello di napoli e di una certa napoli e che si riflette poi nel modo di vestire, di portare i capelli, di farsi percepire dagli altri attraverso l’immagine di noi che presentiamo al mondo.
A differenza di un film ambientato in un’altra epoca, per il quale le fonti di ricerca e approfondimento sono libri, immagini, documentari, filmati ecc. nel caso di un film contemporaneo a queste possono essere aggiunte fonti più “basse” come i social network, all’interno dei quali è talvolta possibile “spiare” aspetti quotidiani della vita di persone che fanno parte del mondo che nel film devi riprodurre.

DDM) Cosa ti ha più ha colpito durante questo processo di analisi sociologica?

VF) Direi che l’aspetto che più mi ha colpito è proprio quanto a napoli, ma con sfumature differenti anche in tanti altri luoghi, ci sia una cura e un attenzione per il modo in cui si presenta la propria immagine agli altri. E questa cura passa attraverso l’abbigliamento e gli oggetti e più in generale il possedere ed il mostrarsi.
E soprattutto di questa attenzione fortissima che in molta parte del mondo di Gomorra viene rivolta alla moda, all’indossare sempre capi super contemporanei, all’avere sempre e dico sempre capelli perfetti e mani curatissime; di questa attenzione appunto mi ha colpito il contrasto con l’ambiente circostante. Con architetture meravigliose ma spesso decadenti come le Vele e molti altri quartieri che sono di un fascino incredibilmente forte.
Mi ha colpito e mi ha interessato raccontare di Genny, di donna Imma, di Ciro o di Conte, il contrasto tra l’estrema cura di sé e del proprio aspetto fisico e la capacità di vivere a contatto quotidiano con la violenza e la distruzione.

DDM) Un’amica una volta mi disse “Ogni volta che si va a Napoli sembra di trovarsi all’interno di una bomboniera ad acqua” analizzando in maniera schietta gli usi e costumi molto diversi rispetto al resto d’Italia. Una cosa che affascina, soprattutto pensando a quanto le persone siano stilisticamente omologate. Un problema per il tuo lavoro o una fonte dalla quale attingere?

VF) Assolutamente una fonte. Napoli è meravigliosa perché ti stupisce continuamente e lo fa guardandoti orgogliosamente negli occhi. Senza mai abbassare lo sguardo. A Napoli, come in pochissimi altri posti in Italia, la gente non ha paura di osare. E se questo spesso viene semplicisticamente percepito come eccesso o cattivo gusto, più spesso in realtà è solo una faccia della grande creatività estetica di questa città.
Proprio per questo motivo, se devo essere onesta al cento per cento, talvolta ho dovuto “semplificare” esteticamente i personaggi rispetto a quello che vedevo intorno a me. Perché la realtà talvolta supera la fantasia. E in un progetto di tale respiro internazionale come Gomorra La serie quell’eccesso che la realtà mi mostrava andava talvolta pulito per non rischiare di apparire finto ad un pubblico internazionale.

EG) Come ti sei documentata? Ad esempio immagino alle scene girate all’interno delle carceri…

VF) Sono una grande appassionata di documentari.
Spesso li preferisco di gran lunga ai film e sono per me una fonte inesauribile, un modo per avere uno sguardo sul mondo reale. In casi come quello del racconto carcerario però, oltre a questo è necessario rivolgersi a dei consulenti. A persone che vivono certi mondi e che attraverso la conoscenza delle regole che vigono all’interno di essi ti aiutino ad essere molto preciso su ciò che è consentito indossare.
Un errore nella rappresentazione di una divisa o di un oggetto o capo di abbigliamento messo in scena in un carcere, sarebbero imperdonabili. Soprattutto per registi come i nostri Stefano Sollima, Claudio Cupellini, Francesca Comencini. Registi che pretendono continuamente dai loro collaboratori una forte conoscenza della realtà rappresentata.

EG) La diversità delle classi sociali si riflette anche nella diversità dei costumi. Come si passa da tute e sneakers ai completi sartoriali?

VF) La bellezza del lavoro del costumista passa attraverso queste distanze.
E attraverso la meravigliosa possibilità di rappresentare il bello ed il brutto, ciò che è sofisticato e ciò che è kitsch.
Personalmente sono molto più attratta da ciò che è “storto”, da ciò che è di dubbio gusto, dalla tuta, dall’abito che va troppo stretto e mette in evidenza difetti piuttosto che dalla ricchezza, dal buon gusto e dalla perfezione. E sono molto più attratta da lavori in cui mi sia permesso e richiesto di rappresentare questo che da quelli in cui si debba semplicemente rendere belli ed eleganti gli attori.
E’ per questo che faccio costume e non moda.

EG) Nella prima stagione abbiamo visto un’evoluzione, anzi un cambio, nella figura di Genny. Com’è cambiata la scelta dei costumi?

VF) Il cambiamento di Genny che mi è stato richiesto era talmente radicale da essere quasi più semplice di altri. Soprattutto passava in primo luogo attraverso l’enorme lavoro che l’attore ha dovuto fare sul proprio corpo per raccontare un forte dimagrimento. Su quello poi i costumi dovevano raccontare un ragazzo che avesse avuto a che fare con violenze fortissime e che in qualche modo lo avessero reso più uomo, meno frivolo, più cinico.
La scelta del taglio di capelli invece è nata da una ricerca sui narcos Hondureni, nella cui moda ho riscontrato dei punti di contatto con quella che esiste a Napoli e che prende spesso spunto dai tagli dei grandi calciatori. Da queste fonti è nata la cresta di Genny.

contemporarystandard_salvatoreconte

EG) C’è stato qualche attore di cui hai tenuto l’outfit che solitamente indossa fuori dal set? Oppure qualche accessorio personale? Non so, non riesco a togliermi dalla testa la sigaretta elettronica di Salvatore Conte.

VF) No, non tra i protagonisti. Ci sono alcuni piccoli ruoli che hanno portato il loro look alle prove costume come un dono. E che ho tenuto il più possibile vicini al loro personale stile. C’è il mondo delle figurazioni, persone vere e incredibili che arrivano sul set con valigie piene dei loro abiti e di cui tieni lo stile e che ogni giorno ti insegnano qualcosa di nuovo sulla moda di napoli che altrimenti non avresti scoperto mai.
Ma i protagonisti di Gomorra, quando sono arrivati per la prima volta alla prova costume erano Marco, Salvatore, Mariapia… avevano sguardi dolci, alcuni indossavano abiti di gusto semplice o sofisticato, avevano capelli troppo lunghi e sorrisi troppo buoni. Sono bravissimi attori e hanno studiato e sofferto per diventare quello che non erano e che non sono. E io ho semplicemente cercato di supportare esteticamente questo loro percorso di ricerca del personaggio, attraverso look il più possibile verosimili e diversi dai loro.
Forse avrei dovuto scattare una polaroid ad ognuno di loro prima della trasformazione…

EG) Rispetto alla prima stagione, la prossima prevede qualche evoluzione nei costumi dei personaggi? Qualche anticipazione?

VF) Posso non rispondere a questa domanda? L’evoluzione dei personaggi sarà molto più bello vederla nella recitazione degli attori, nella regia e nello sviluppo delle storie che leggerla nelle mie parole…