Il lunchbox da UFFICIO definitivo

Testo e foto di Francesca Romana Gaglione
Illustrazione a cura di Diego Soprana

Week 38
OFFICE

Non sono mai stata una tipa da schiscetta, ho sempre troppo amato quell’ora d’aria che ci viene concessa nell’arco di un’intera giornata lavorativa. Contrattualmente dovremmo lavorare otto ore, ma informalmente purtroppo non sono mai meno di dieci al giorno. E se è vero che in genere il nostro lavoro non è mai del tutto insopportabile, è anche vero che ci sono alcuni periodi che ci spingono al limite, quasi fosse un test della nostra capacità di restare calmi e di rapportarci con gli altri, o di saper gestire al meglio emozioni, tempi e consegne.
E’ lì che l’ora d’aria diventa un miraggio. Ed è sempre lì che una lunch box può salvarti la vita, letteralmente.
La scatola per il pranzo appartiene all’immaginario culturale collettivo da moltissimo tempo. Riporta ai primi albori dell’era industriale nella sua forma di latta a più ripiani, stretta nel pugno dell’operaio lungo la strada verso la fabbrica.
Richiama anche all’istante vecchie fotografie sbiadite degli anni trenta, che ritraggono carpentieri newyorkesi intenti a mangiare sospesi nel vuoto. La città in sottofondo, una trave come unico appoggio, un portapranzo dal quale spuntano sandwich incartati con cura e la faccia di chi ti dice “hai visto com’è, il mio ufficio?”.
Nel 2013 è uscito un bellissimo film indiano – “The Lunch Box”, appunto – che racconta una storia d’amore tra una casalinga ed un impiegato, sbocciata a suon di manicaretti e pizzini romantici che venivano lasciati strategicamente tra i suoi scomparti. Un film che gioca su una straordinaria capacità che certi oggetti possiedono, e cioè quella di caricarsi di significati aldilà della loro mera funzionalità.
Non a caso, la lunch box è uno degli oggetti più reinterpretati dal design. E sempre non a caso, molti sono i ristoranti che si stanno cimentando nelle sue interpretazioni gourmet. Sia perché si trovano in prossimità di grandi aree lavorative, sia perché, come conseguenza dell’enfasi profonda che caratterizza l’ambito food negli ultimi tempi, è la stessa domanda ad essere in crescita: attraverso la qualità di quello che mangia, il consumatore tutela la qualità della sua vita. Addirittura ne fa uno strumento di compensazione in situazioni non proprio ottimali. Come dire: se proprio devo rinunciare alla mia ora d’aria, che almeno la rinuncia abbia un senso.

Se proprio devo mangiare alla scrivania, tra quattro mura, davanti ad un monitor pieno zeppo di numeri, che almeno l’esperienza gastronomica sia eccellente. Che mi regali almeno, mentre assaggio il primo boccone, la sensazione di essere altrove se chiudo gli occhi per un momento. Ed io gli occhi li chiudo sempre, alla prima forchettata eccezionale.

contemporarystandard_foodorialist_total
Foto © The Foodorialist

Andrea Berton, una stella Michelin per l’omonimo ristorante a Milano, offre ai lavoratori una lunch box da sballo. Una scatola essenziale di cartone bianco che, in questo particolare caso, racchiude un raffinato pranzo di quattro portate ideale per la stagione torrida in città. Per noi che non ci schiodiamo dall’ufficio fino alla terza settimana d’agosto, per intenderci. Mozzarella di bufala, pomodoro e basilico. Orzotto al curry, pollo e gamberi. Insalata di pollo, mela verde, lattuga e menta. E per concludere, frutta mista di stagione con composta di mele.
Bene. Ora potete pure togliermi l’ora d’aria a vita.
Direi che posso sopravvivere.

Francesca Romana Gaglione scatta, scrive ed intervista su thefoodorialist.com, un progetto digitale sul food che vi consigliamo di inserire tra i vostri preferiti.

ritaglio
Foto © The Foodorialist