Le ultime vette da scoprire: le montagne Tagas

Di Enrico Grigoletti

Week 49
MOUNTAINEERING

Nel 2015 ancora mi riesco a stupire che esistano parti del Pianeta Terra ancora inesplorate. Voglio dire, abbiamo esplorato Marte, gli abissi più profondi degli Oceani ed i territori più incontaminati all’interno delle foreste equatoriali. Eppure alcuni territori resistono ancora, inviolati per le più diverse ragioni. Ad esempio un embargo militare.
É quello che è successo nella Lachit Valley, nelle montagne del Tagas al confine tra Pakistan ed India. La valle della regione del Karakorum ai piedi del massiccio del K6 è, infatti, tuttora sotto il controllo militare del Pakistan. Le scaramucce tra il Governo Indiano e Pakistano e gli scontri a fuoco del 2014 proprio sul confine tra i due Paesi non hanno fatto che inasprire le misure d’accesso a quella regione, rendendola praticamente inaccessibile. Sono servite estenuanti trattative tra i Governi per permettere ad un gruppo di quattro alpinisti polacchi – Tomasz Klimczak, Maciej Bedrejczuk, Marcin Wernik e Maciej Janczar – di entrare all’interno della Lachit Valley per l’inizio della loro avventura. La spedizione, composta da membri del Polish National Alpinism Team, si sono trovati ad affrontare una serie di picchi composti da un’altezza media di 6.000 m. facenti parte delle montagne del Tagas.

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Montagne Tagas – Foto © Tomasz Klimczak

Il gruppo, che assieme aveva già affrontato diverse pareti alpine ed altrettanto importanti rotte all’interno delle Tatra, inizia la propria avventura il 18 Agosto 2015 con delle esplorazioni preliminari della Lachit Valley e con una prima ascesa “di riscaldamento” che porta il gruppo a conquistare una cima fino ad allora inesplorata e battezzata successivamente Goat Peak (4.991 m.).
Il secondo obiettivo, una cima nominata Dream Walker Peak (5.809 m.), ha creato al gruppo qualche difficoltà in più, con un bivacco forzato a causa del maltempo, allungando di qualche giorno quella che doveva essere una tappa abbastanza semplice e costringendo la spedizione a rientrare al campo base attraverso una rotta dal nome più che esplicativo: Rolling (D)Ice.

Il terzo obiettivo, un massiccio dalle dimensioni impressionanti, difficilmente attaccabile da qualunque lato, era stato soprannominato Ogre, per via dell’imponente mole. Nonostante le ripide pareti, l’Ogre aveva un promettente canalone di ghiaccio situato a nord est del campo base che, nei tre giorni successivi, viene conquistato dalla spedizione polacca. Raggiunto il tetto a 6.004 m. l’obiettivo di raggiungere la sommità – a circa un giorno dal tetto – diventa impraticabile a causa del tempo in continuo peggioramento e del rischio di incontrare valanghe durante la discesa del canalone.

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The Ogre – Foto © Tomasz Klimczak

Nei giorni successivi il tempo diventa implacabile nascondendo la vista delle cime alla spedizione, lasciandoli soli con il rumore delle continue valanghe. Appena possibile i quattro alpinisti si dirigono verso il bivacco per recuperare le tende lasciate sul ghiacciaio sulla via per il tetto della cima che non erano riusciti a conquistare. Il bivacco, totalmente devastato dalle valanghe, diventa un monito per il gruppo che decide di concludere la spedizione con la cima dell’Ogre ancora inviolata. Infatti l’inverno in arrivo a Karakorum avrebbe vanificato qualsiasi tentativo di ascensione nei giorni successivi.
Il gruppo lascia la Lachit Valley il 2 Ottobre 2015, aprendo la strada a successive esplorazioni sull’Ogre attraverso quello che è stato rinominato il Polish Couloir.
Una via aperta all’interno di uno degli ultimi territori inesplorati del Pianeta.