L’atleta impossibile

Di Andrea Tuzio
Artwork di Diego Soprana

Week 02
IMPOSSIBLE

impossìbile agg. [dal lat. tardo impossibĭlis, comp. di in-2 e possibĭlis «possibile»]. –

a. Che non è possibile, sia in senso assoluto sia in relazione a determinate persone o circostanze (o anche, con uso estens. e iperb., che è cosa assai difficile): i. ad accadere, a farsi, a dirsi, a pensarsi; impresa, sogno i. a realizzarsi; credere, ritenere i.;guarigione, difesa i.; ogni ulteriore resistenza era i.; a Dio nulla è i. (e con riferimento enfatico a persona influente, che ottiene con facilità ciò che vuole: a lui, o per lui, niente è i.); problema d’i. soluzione; è materialmente i. fare in tempo; mi è i. accettare,accontentarti; è i. andare avanti così; è umanamente i. durare in questa situazione; con la negazione, non è i., ammettendo che una cosa, per quanto difficilmente, possa accadere o abbia qualche probabilità di esito.

(fonte – Vocabolario Treccani)

Ecco, mi soffermerei sull’accezione estensiva e iperbolica del termine, “cosa assai difficile”, ma non per questo impossibile, appunto. Fateci caso, utilizziamo con troppa facilità e semplicità la parola impossibile, è un termine che merita rispetto e noi non gliene diamo abbastanza. Gli esseri umani sono capaci di imprese così dette impossibili; ne siamo circondati, ma facciamo fatica a dare il giusto peso, a “considerarle”.
Il Gioco, con la G mauiscola, è pieno di storie impossibili fuori e dentro il campo. Ho scelto di raccontarne quattro: due “off the hardwood” e due legate al Gioco sui 28 metri.

Jimmy Butler

La prima storia da raccontare è quella di Jimmy Butler, guardia dei Chicago Bulls che l’altra notte, precisamente il 3 gennaio, ne ha messi a referto 40 nel solo secondo tempo battendo il record di franchigia detenuto ovviamente da His Airness (Michael Jordan) con 39. Ma non è questo il motivo che lo fa entrare di diritto nella lista delle storie impossibili. Inizia tutto a Tomball, Texas, sobborghi di Houston dove Jimmy, dopo che il padre aveva già abbandonato il tetto coniugale, vede la madre andargli incontro e cacciarlo letteralmente di casa all’età di 13 anni con testuali parole: “Non mi piace la tua faccia. Vattene!” Dormiva dove gli capitava, viveva con i soldi che gli prestavano gli amici e i compagni di squadra. Vista la situazione il suo allenatore dell’epoca decide di portarselo a casa e dargli un letto, del cibo caldo tutti i giorni e soprattutto una speranza. Jimmy quella speranza l’ha sfruttata al massimo. Con serietà, determinazione, caparbietà , forza e dedizione, ha scalato tutti gradini, erano altissimi eh quei gradini per uno con il suo background. Prima a Tomball High School, poi a Marquette, scelto alla 30 nel draft del 2011 dai Bulls per poi vincere il titolo di giocatore più migliorato della lega la scorsa stagione. Senza paura di essere smentito, attualmente è il giocatore di riferimento della franchigia con buona pace di Derrick Rose (ahimè). Per usare le parole di un General manger NBA: “La sua storia è una delle più forti che io abbia mai ascoltato in tanti anni nella NBA. Ci sono state talmente tante occasioni in cui sarebbe potuto crollare per non rialzarsi mai più. Quando si parla di lui, e lui è molto restio a farlo, bisogna tenere sempre a mente cosa ha passato per capire davvero quanta forza abbia dentro di se”.

Giannis Antetokounmpo

L’altra storia “fuori dal campo” è quella dell’ala piccola (211 cm e apertura alare di uno pterodattilo) della squadra più cool della NBA i Milwaukee Bucks, Giannīs Antetokounmpo, in greco Γιάννης Αντετοκούνμπο. Nato ad Atene il 6 dicembre 1994, greco di origini nigeriane The Greek Freak (questo il suo soprannome dall’altra parte dell’oceano) è arrivato negli Stati Uniti dopo un’infanzia che tenderei a non definire canonica. I genitori, immigrati nigeriani in Grecia, cercavano di sbarcare il lunario facendo i venditori ambulanti per le strade di Atene, e gli affari non andavano proprio a gonfie vele, si mangiava una volta si e due no. Giannīs assieme ai fratelli, sono quattro in tutto (occhio al fratellino Kostas che gioca a Dominican High School…) faceva di tutto per aiutare mamma e papà ma nel frattempo volava letteralmente nei playground e nelle “palestre” della periferia di Atene. La fortuna inizia a girare per gli Antetokounmpo, gli affari si muovono e Giannīs inizia a giocare nella serie A2 greca nella fila del Filathlitikos, a 18 anni firma un contratto di quattro anni con il CAI Zaragoza nel campionato spagnolo. Non andrà mai a giocare in spagna, resterà vicino alla famiglia in Grecia e il 28 aprile 2013 viene reso noto che il suo nome è stato ufficialmente inserito nel draft NBA del 2013 dove viene scelto al primo turno dai Milwaukee Bucks alla 15. Giocherà l’all star game del 2015 e verrà selezionato per la gara delle schiacciate. Immaginate solo per un attimo la serie A2 greca. Fatto? Bene. Capite cosa può significare per questo ragazzo essere catapultato all’improvviso nell’universo NBA? Ogni soldo guadagnato, ogni doccia fatta nel super spogliatoio dei Bucks, ogni hamburger mangiato, ogni secondo della sua vita è un dono vero e proprio. Un annetto fa sul suo profilo twitter scrisse di aver assaggiato per la prima volta uno smoothie, alla fragola, ecco benedì l’america per quello smoothie perché non aveva mai provato qualcosa di più buono in vita sua. Non è tutto chiaro sin dall’inizio, la sua vita, e naturalmente quella di tutta la sua famiglia, è cambiata in modo radicale e in positivo. Un ragazzo che non aveva niente e che ringrazia Dio per un frullato, potrebbe essere una delle ali piccole più forti della lega, se vi capita di vederlo sappiate che state osservando solo la punta di un iceberg davvero grosso. Atletismo fuori controllo, braccia e gambe infinite, allunghi da triplista, attitudine e istinti per il gioco da iniziato, segnatevi il nome anche se difficile, Giannīs Antetokounmpo, perché ne sentirete parlare nei prossimi dieci anni.

Reggie Miller

Passiamo alle storie sul campo. Si, lo so dovrei scrivere di gara 5 finali NBA 1997, The Flu game, Jordan che, dopo essere stato praticamente avvelenato da una pizza la notte prima, aver passato tutto il giorno a letto con le flebo, aver vomitato tutto quello che poteva vomitare, ne mette 38 contro i Jazz dominando e vincendo la partita, per poi essere portato a spalla fuori dal campo da Pippen. Ma no troppo facile e soprattutto non credo che quelle gesta sovraumane abbiano bisogno del mio racconto per essere lasciate in eredità ai posteri. Ho scelto di raccontare un’impresa che si è sviluppata in 9 secondi. Madison Square Garden, New York City, 1995 gara 1 semifinali di conference ad est tra i New York Knicks allenati da Pat Riley e gli Indiana Pacers di Reggie Miller. Reggie è il protagonista della storia. Mancano 18 secondi e 7 decimi alla fine, Indiana sotto di 6 e rimessa in zona d’attacco. Rimessa effettuata, palla a Reggie che viene fuori da una tonnara di blocchi, mette i piedi fuori dall’arco (come al solito) e spara la tripla. Boom 102-105 Knicks. Rimessa dal fondo per New York, 16 secondi e 4 allo scadere, pressing asfissiante, i Knicks fanno fatica a trovare un uomo libero, Miller è un leone in gabbia e la palla la sua preda, New York rimette palla in campo con troppa fretta e Reggie la ruba, torna fuori dalla linea dei 3 punti e infila la seconda tripla consecutiva. I tifosi in prima fila sono tutti con le mani nei capelli, pazzesco. 105 pari e 13 secondi e 2 alla sirena. I Knicks rimettono dal fondo e i Pacers commettono subito un fallo, tra l’altro evitabile, su Starks che va in lunetta, 0 su 2! Rimbalzo di Pat Ewing che sbaglia da un metro e mezzo, Reggie si avventa sul pallone lo agguanta e Starks commette fallo su di lui. Due liberi, 7 secondi e 5 alla fine e ancora 105 pari. Pat Riley in panchina è una statua, John Starks non si da pace per gli errori dalla lunetta e si va dall’altra parte per i due liberi di Miller. Primo a bersaglio 106 – 105 Indiana, anche il secondo dei due liberi trova il fondo della retina. 107 – 105 Pacers. I Knicks non hanno più timeout e rimettono in fretta, palla a Greg Anthony che si fa tutto il campo, arriva dall’altra parte e clamorosamente scivola, Ewing cerca di prendere il pallone e tirare ma non c’è più tempo, i Pacers sbancano il Madison Square Garden con 8 punti in 9 secondi di Reggie “Killer” Miller.

Tracy McGrady

L’ultimo “quarto” del racconto è tutto dedicato ad uno che mi ha fatto letteralmente innamorare quando si muoveva sul parquet, The Big Sleep alias Tracy McGrady. Geolocalizziamo la vicenda, Toyota Center di Houston, Tracy veste la numero 1 dei Rockets, partita di regular season contro gli Spurs di coach Gregg Popovich. Il punteggio è 76 – 68 Spurs, mancano 35 secondi alla sirena quando McGrady piazza la tripla del 76 – 71. Rimessa San Antonio e fallo immediato su David Brown che va in lunetta per due liberi entrambi a bersaglio. 78 – 71 e 30 secondi alla fine. Tracy si fa consegnare il pallone e va dall’altra parte, pick and roll prima della linea da tre punti con Yao Ming, va a destra, sul cambio Duncan esce troppo forte sul numero 1 che finta il tiro da 3, Tim salta, McGrady cerca il contatto e fa partire il tiro. Dentro! Gioco da 4 punti chiuso con il tiro libero supplementare e Rockets a meno 3 per il 78 – 75 Spurs, 24 secondi e 3 decimi alla chiusura. Timeout Pop che ferma la partita sperando di raffreddare il cugino di Vince Carter alquanto caldino. Rimessa San Antonio complicata, la palla arriva a Duncan sul quale viene commesso fallo. Due liberi per il caraibico che non ha mai avuto molto feeling con il tiro dalla lunetta ma stavolta non commette errori e li manda a bersaglio entrambi per l’80 a 75 a 16 secondi e 2 dal termine. Timeout Houston chiamato da Van Gundy per avanzare la posizione della rimessa, è l’ultimo e quindi non può più fermare la partita, si va fino alla fine. Rimessa difficilissima ma che trova le mani di T-Mac che spara in faccia a Bruce Bowen, senza mezzi termini il più forte difensore uno contro uno della lega, la terza tripla consecutiva per il meno due, 80 – 78 Spurs. Guardiamo il cronometro, 11 secondi e 2 alla sirena. Rimessa San Antonio, Duncan deve chiamare un timeout perché la difesa dei Rockets è asfissiante. Gli Spurs rimettono in gioco la palla in zona d’attacco, Barry passa la palla a David Brown che scivola inopinatamente e palla recuperata da McGrady che sa già cosa fare, supera la metà campo si arresta alla linea dei tre punti e contro quattro difensori la mette per il sorpasso Rockets, 81-80. San Antonio non ha più timeout e manca un secondo e 7 decimi, Parker ci prova malamente da centrocampo ma niente non va. Tracy McGrady piazzando 13 punti il 35 secondi, batte i San Antonio Spurs per quella che è, senza dubbio, la più incredibile prestazione individuale negli ultimi 30 secondi di una partita di pallacanestro.
Dopo tutto questo, vi prego, quando vi troverete ad utilizzare la parola impossibile, state attenti e fatelo con parsimonia.