L’architettura impossibile

Di Martina Cima
Artwork di Diego Soprana

Week 02
IMPOSSIBLE

Difficile definire ”impossibile“ l’architettura, tuttavia nel corso degli anni, la voglia di cambiare e migliorare le condizioni di vita dell’uomo hanno spinto grandi architetti a sollevare questioni complesse in risposta ai disagi e bisogni dei tempi. Spesso le soluzioni proposte non erano rafforzate da precedenti successi, si basavano su ideologie ambiziose e all’avanguardia che avevano come scopo quello di modificare e facilitare l’abitare delle persone.
Il rischio, nel costruire e tematizzare nuovi paesaggi urbani e incredibili macchine per abitare, è che questa architettura utopica e sconosciuta fallisse, o corresse questo rischio nella rincorsa della progressione.
In parte, questa voglia è insita nel DNA degli architetti, che progetto dopo progetto non si accontentano di quello che esiste ma fantasticano su ciò che vorrebbero ci fosse. Alcuni più di altri hanno svolto nel corso della loro vita minuziosi e maniacali lavori di studio
e ricerca nel folle tentativo di cambiare le regole e le abitudini della popolazione. Il punto di partenza erano per lo più le mancanze e l’insoddisfazione della gente, ma quello era solo un espediente per arrivare a qualcosa di insolito.
Non tutti i progetti utopici furono insolventi, molti ai quali ora siamo abituati, furono all‘epoca inaspettati e si rivelarono vincenti. Tuttavia possiamo dire che fossero un rischio e che la riuscita o lo scopo finale non vennero sempre capiti.
Alcuni archittetti più di altri, dedicarono la loro intera vita a questa progettazione radicale, come ad esempio Le Corbusier, amato e odiato allo stesso tempo per il suo temperamento geniale e pieno di se; conosciuto soprattutto per i suoi progetti più “banali”, in pochi sanno quanta ricerca egli fece in parallelo. Le sue idee miravano alla programmazione di una città ideale, un complesso urbanistico che avesse come fondamento la relazione tra “abitare” e “circolare”.
Molti di queste non furono mai realizzate, ma un progetto tra tanti non fu solo ultimato, ma si rivelò anche un successo. Stiamo parlando del progetto di Chandigarh a Nord dell’India.

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Legislative Assembly by Le Corbusier

Il bando fu inizialmente vinto da Alber Mayer che morì poco dopo cedendo la sua bozza iniziale a Le Corbusier che potè così dare forma alla sua idea del Modulor, secondo cui tutto deve essere a misura di uomo e il mezzo di misura deve essere il corpo umano.
Chandigarh, la città è “antropomorfa”, gli edifici pubblici dediti al governo e all’amministrazione si trovano nella testa, mentre gli apparati produttivi rappresentano arti e viscere. Anche i servizi pubblici seguono tale legge raffigurando le vene, ad esempio con la distinzione delle strade pedonali che lasciano posto a quelle di scorrimento veloce ai margini della città per non ingombrare il grande traffico interno nella metropoli. Una logica impeccabile che trasformò ben presto questa città nella più ordinata e pulita dell’India.

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Punjab and Haryana High Court by Le Corbusier

Molto più vicino a noi e altrettanto utopico, troviamo Aldo Loris Rossi. Anche la sua architettura è un laboratorio di ricerca, diversa rispetto a quella di Le Corbusier ma sempre focalizzata sugli spazi ed i comportamenti umani.
Ma Rossi non si limita a guardare l’uomo e la sua misura, esce fuori e osserva l’ambiente, stabilendo nelle sue opere un rapporto organico con la natura.
Dissociandosi alla visione architettonica razionalista e classica progetta la complessità, il disordine, l’asimmetria, la scomposizione volumetrica, la geometria irregolare e informale attraverso un processo generativo che parte dall’interno per andare all’esterno.
Il suo modello urbano “ecopolitano” parte dal riequilibrio delle aree urbane attraverso gesti estremi come la rottamazione dell’edilizia post-bellica priva di qualita e liberando l’architettura dalle incrostazioni metodologice, per arrivare ad un sistema urbano stimolante e coercitivo, dalle forme sinuose, vive e propositive.

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Casa del Portuale, Napoli by Aldo Loris Rossi