Shaun Livingstone: l’uomo che visse due volte

Di Andrea Tuzio

Week 09
2ND CHANCE

Ogni giorno è unico, e per Shaun Livingstone ogni giorno in cui può poggiare la sua gamba sinistra a terra lo è ancora di più.
Nella carriera di uno sportivo professionista gli infortuni sono una possibilità concreta, ogni giocatore ne è consapevole e non esiste la possibilità di evitare che accadano, nonostante tutte le precauzioni possibili e immaginabili.
Il 26 febbraio del 2007 I Los Angeles Clippers, squadra che lo aveva scelto al draft del 2004 alla quarta scelta assoluta direttamente dalla High School, giocano in casa contro Charlotte.
Minuto 8:19 del primo quarto, il punteggio è 7 a 4 per Charlotte. Shaun, all’epoca ventunenne, parte lanciato in contropiede, ma qualcosa va storto. Ve la faccio facile, va a canestro salta e atterrando gli esplode letteralmente il ginocchio, uno dei peggiori infortuni mai visti su un campo di pallacanestro.

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Tre legamenti su quattro andati e la possibilità che un’arteria potesse essere lacerata e a quel punto ci sarebbe stata una sola cosa da fare, amputare. Si, purtroppo avete letto bene. Shaun Livingston dopo i primi due anni e mezzo era uno dei prospetti più interessanti della NBA, 2 metri, braccia e gambe lunghissime e una visione di gioco di assoluto livello, queste le caratteristiche del ragazzo nativo di Peoria, Illinois. Un passatore sublime, una velocità e un atletismo fuori scala avevano fatto di lui un possibile e plausibile All Star. Poi, è successo quello che non si può prevedere. Tutto in frantumi, le ambizioni, le certezze, le aspettative. La paura di non tornare mai più, di perdere una gamba, di vedere spezzato il più grande dei sogni.
Per fortuna l’arteria non aveva danni e quindi dopo aver scongiurato il peggio, Shaun si trova ad affrontare un’operazione molto delicata di ricostruzione dei legamenti del ginocchio. Tutto si muove nella direzione giusta.

Operazione, riabilitazione, e finalmente il ritorno all’attività sportiva, il rientro sul parquet. Dopo un anno e mezzo e tutto questo, pochissimi avevano voglia di scommettere su Livingston. I Clippers non lo vogliono più, non lo vuole più nessuno, ci prova a Miami ma viene tagliato subito, finisce in D-league (la lega di sviluppo della NBA), per poi tornare al piano superiore passando da Oklahoma, Washington, Charlotte, Milwaukee e Cleveland. Niente, non riesce ad avere impatto. Decide di andare a Brooklyn dove però le cose cambiano, lui è in fiducia e la franchigia lo sostiene. Inizia la sua seconda vita. La stagione con i Nets è ottima, durezza mentale e palle d’acciaio fanno il resto. Lascia i Nets per i Golden State Warriors che hanno appena preso come capo-allenatore Steve Kerr, un esordiente che vuole gente che si faccia il culo e corra senza soluzione di continuità. Shaun è il cambio della stella assoluta della squadra ed MVP della lega, Stephen Curry. Abbraccia il ruolo e lo fa diventare suo a 360 gradi. Shaun non sbaglia nulla, si va in finale contro Cleveland e Golden State vince 4-2. Dalla possibile amputazione della gamba, all’anello di campione NBA. Ecco, la storia di Shaun Livingston è un esempio fortissimo di cosa voglia dire poter avere una seconda possibilità. Per poterla avere è necessario lottare con tutte le forze che si hanno, perché non te la regala nessuno, te la devi conquistare, e una volta conquistata devi lavorare il triplo per far si che quella tanto agognata chance non ti sfugga dalle mani. Shaun ha fatto tutto nel modo giusto ed è stato ripagato con il massimo che un giocatore di pallacanestro professionista possa sognare, l’anello di campione NBA.