Dai pastori ai politici: un overview sul loden

Di Enrico Grigoletti

Week 48
TYROL

Presente il cappotto verde del nonno? Ecco, quello si chiama loden.
Diciamo non proprio, dal momento che “loden” è il nome di una lana proveniente dal Tirolo, infeltrita e garzata attraverso un processo di battitura nell’acqua che rende il tessuto impermeabile e resistente. Inoltre la garzatura conferisce al tessuto la mano di un panno mentre la fase finale di pettinatura permette alle gocce di scivolare sul tessuto rendendolo uno dei primi tessuti performanti ad essere realizzati. Tutte caratteristiche tecniche che nascono dai bisogni e dai materiali a disposizione dei pastori e dei contadini delle valli alpine, costretti ad utilizzare esclusivamente capi in pelle, lino e loden a seguito dell’editto del 1573 dell’Arciduca Ferdinando II del Tirolo. D’estate i contadini portavano una lunga camicia in loden (l’hemetep) mentre le donne una gonna di loden leggero (la ras). L’arrivo dell’inverno costringeva i contadini ed i pastori a coprirsi di lunghe mantelle che dovevano essere necessariamente resistenti ed impermeabili.
Dalle valli ai salotti d’Asburgo, il passaggio avvenne quando la fabbrica di lane Moessmer fu invitata a realizzare un mantello bianco ed una giacca grigia impreziositi con lana merinos e cashmere per l’imperatore Francesco Giuseppe.

francis

Da allora l’azienda di Brunico ha fornito le lane per le mantelle e le cappe della nobiltà e degli alti poteri del Tirolo fino al tessuto per la copertura del recente Messner Mountain Museum “Corones” progettato da Zaha Hadid. Nel corso del tempo la lana loden ha perso la sua connotazione proletaria, diventando il tessuto par excellence utilizzato per confezionare i cappotti della borghesia, dal nord-est Italia fino ai Land del sud-est dell’Austria. Nello specifico il Land della Stiria è quello che ha dato il nome – steirep – al tipico bordino verde del capo.

Negli anni la lana per quegli eleganti soprabiti è diventata sinonimo di un capospalla specifico: il cappotto single breasted, essenziale e senza fronzoli, pulitissimo nelle forme e nei volumi abbondanti. Tabarro e palandro, che per anni avevano coperto le spalle dei nostri avi, avevano lasciato spazio ad indumento invernale più comodo, più corto ed adatto alle città dove stava prendendo piede. Ma negli anni quella parola aveva anche iniziato ad identificare un colore con cui venivano realizzatti i cappotti – il verde foresta – tanto da diventare un Pantone specifico: loden green (Pantone 18-0422X).
Dal tessuto al modello, arrivando fino al colore, il loden – da qui in poi inteso come cappotto – accende oggi un immaginario ben specifico e profondamente radicato nel territorio del Nord Italia tanto da identificare istantaneamente chi lo indossa all’interno di una specifica tipologia di borghesia, con una collocazione geografica altrettanto accurata. Lo sa bene chi di analisi sociale se ne intende, anche se basta una camminata autunnale tra Cadorna e Conciliazione per imbattersi in qualche vecchio notaio o avvocato, impeccabile nel proprio loden verde, sciarpa e coppola Melegari. Probabilmente merito di tutti i politici che, a cavallo tra ’70 e ’80 coprivano i propri completi sartoriali con il soprabito in lana verde foresta.

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Chiedetelo a Mario Monti che è stato ambassador del cappotto in questione, cristallizzandone l’immagine di rigidità e di austerity, in contrapposizione allo svacco della stagione politica precedente, tanto da essere ospitato a Porta A Porta in compagnia di un plastico del proprio loden. Praticamente un caso italiano, considerando che al di fuori del Bel Paese il cappotto non è così diffuso, eccetto per i bavaresi che lo indossano al pari di un costume tradizionale. I colleghi teutonici lo considerano un capo da campagna ed indossarne uno in città non è sinonimo di buon gusto. Persino per i tedeschi.
Ridido, impettito e secondo alcuni noioso, il loden sembra incarnare l’idea di vecchio o di radical chic tanto quanto un paio di Mephisto o un paio di Desert Boot. Eppure i tentativi per renderlo un capo contemporaneo non sono mancati: da Andrea Incontri che aveva provato a reinterpretarlo in collaborazione con Habsburg, fino ad Aspesi che ne presenta la rilettura in chiave contemporanea ogni stagione.
Purtroppo non importa quanti tentativi verranno fatti, il paltò in lana del Tirolo è l’incarnazione delle origini, della rigidità delle valli alpine, della boria dei salotti austro-ungarici, della classe politica e della borghesia italiana e, per questo, rimarrà sempre confinato all’interno di un immaginario destinato a sparire.

La follatura è un processo attraverso cui la lana viene compressa e battuta fino all’infeltrimento