Disguise & Deception: intervista ad Anika Schwarzlose

Intervista di Enrico Grigoletti
Immagini di Anika Schwarzlose

Week 40
DEFENSE

Sono sempre stato affascinato dal camouflage inteso come gioco di pattern visivi, piuttosto che mezzo di mimesi. Ma non avevo mai realmente considerato il processo di design che si cela dietro l’atto del mimetizzarsi e come i colori le forme e i patterns vengano mischiati.
Sono capitato sui lavori di Anika Schwarzlose, sono rimasto molto colpito dalle sue foto e il metodo che usa per esplorare illusioni, immaginazione e percezione alternativa della realtà.
La sua opera, Disguise and Deception, è particolarmente interessate, per il modo in cui esplora una divisione speciale dell’esercito tedesco chiamato Tarnen und Täuschen (Disguise and Deception per l’appunto), che comprende ricerche e sviluppo di tecnologia per la mimesi e la fabbricazione di esche durante la guerra.
In più, il medium artistico, la fotografia, è usata come metafora del mascheramento.
Curioso, ho deciso di contattare Anika per un’intervista.

Enrico Grigoletti) Ciao Anika

Anika Schwarzlose) Ciao Enrico!

EG) Sono davvero curioso nel capire come tu abbia fatto ad entrare in contatto con l’esercito tedesco. So che è molto difficile ricevere un’autorizzazione.

AS) Si, in effetti questa è stata la prima sfida quando ho deciso di intraprendere questo progetto.
L’unità militare è una base chiusa, nel mezzo di una foresta in Germania. Ho impiegato qualche mese ad ottenere un invito. Ci è voluta una profonda ricerca ed è necessario il riconoscimento. Dopotutto si tratta di un processo giornalistico di tipo investigativo. E’ una delle parti del mio lavoro che più mi diverte. Molti dei miei progetti comprendono una fase di ricerca, ma la natura di essa è sempre molto differente. Questavolta si tratta di guadagnare gli accessi per un posto segreto e costruire relazioni fidate in modo di rendere tutto possibile.

EG) La Tarnen und Täuschen ha continuato ad operare dopo la Seconda Guerra Mondiale. Perché pensi abbiano continuato a sviluppare le loro tecniche e la costruzione delle loro esche, qual è il significato strategico che si cela dietro tutto questo?

AS) Il nome della divisione “Technologiestützpunkt Tarnen und Täuschen” che tradotto in inglese vuol dire “Disguise and Deception” è diventato l’ispirazione per il titolo del mio libro. L’unità non esisteva durante la Seconda Guerra Mondiale. Anche se a quel tempo alcune divisioni simili esistevano in paesi diversi. Una ben documentata si chiama Ghost Army – un reparto dell’esercito Americano che si occupava principalmente di manovre tattiche di mascheramento. Assoldavano artisti per creare esche e varie tecniche di mimesi. Sono tra i casi più eclatanti di utilizzo della creatività per scopi militari.
Tarnen und Täuschen è più di un prodotto della Guerra Fredda, nel tempo hanno sviluppato progetti simili a quelli portati avanti dalla Ghost Army. Come i carri gonfiabili, che possono essere piegati e trasportati da un singolo soldato. Producono anche pietre vuote che possono essere riempite di videocamere o altri strumenti di registrazione, oltre a molti altri oggetti addizionali, che non sembrano mai quello che realmente sono. Il lavoro è motivato da due intenzioni principali: da una parte, la produzione di equipaggiamento finto potrebbe confondere un esercito nemico e fargli credere la presenza di molte più risorse esistenti rispetto a quelle previste. Queste esche sono anche piazzate in posizioni vulnerabili con lo scopo di essere distrutte dai nemici, sviando l’attenzione dall’equipaggiamento reale nascosto in altri punti.
Dall’altra parte, creano delle repliche, come mine, per addestrare i soldati a piazzarle. In questo caso, uno scopo meramente educativo.

EG) Cosa, di questa unità speciale, ha catturato la tua attenzione e perché hai deciso di dare vita al tuo progetto Disguise and Deception in primo luogo?

AS) All’inizio il mio interesse era forse ancora troppo superficiale. Il velo di segretezza di questa unità mi ha intrigato. Il nome stesso suscita interesse e mistero, e il fatto che le unità militari assoldino artigiani e creativi sembra strano e speciale. Ma poi ho iniziato ad intraprendere le mie visite e a parlare con tecnici e militari che lavoravano per la divisione. Più parlavo con loro e più ero vicina a tutto ciò che veniva prodotto dalla Tarnen und Täuschen e più mi ritrovavo in una situazione di confronto: ho scoperto incredibili somiglianze con il mio lavoro.
Le strutture militari sono affini ad un grande teatro o laboratorio d’arte. Hanno un laboratorio per il metallo, legno, sartoria, scultura, tutto quello che troveresti ad esempio in un’accademia d’arte.
Ero familiari con i materiali per scolpire e preparare gli oggetti prodotti dai tecnici, e questo mi ha consentito di scambiare pareri sulle tecniche e le conoscenze che riguardano il nostro lavoro. Ho anche riconosciuto una sorta di somiglianza visiva tra i loro oggetti e le immagini che avevo prodotto qualche anno prima. Prima di aver mai sentito parlare della divisione.
Questo confronto mi ha condotta a pubblicare questo dialogo visivo tra le foto che scattavo durante le mie visite e il mio lavoro personale.

EG) Nella tua arte, spesso esplori il concetto di realtà e illusione, che sono perfettamente racchiusi in Disguise and Deception. Come si relazionano questi due concetti?

AS) Da artista visiva con un forte legame alla fotografia, il mio lavoro è largamente occupato con il processo di produzione dell’immagine, riproduzione e dispersione. La relazione della copia con l’originale, l’esistenza di immagini in varie versioni è un concetto importante per me. Anche il mio lavoro coincide frequentemente con il concetto di manipolazione della percezione. Nel modo di pensare da artista, mi trovo nel campo di quelli che creano illusioni. Solo che ho una prospettiva diversa del mio lavoro – la mia motivazione e l’impatto delle mie immagini differiscono.

EG) E riguardo il rapporto tra l’ideologia e l’estetica?

AS) Quando parlavo di prospettive, motivazione ed impatto, ero già sulla buona strada. Sono molto interessata, se possibile, ad ossevare le intenzioni nel loro modo di apparire. Il concetto di bellezza è spesso collegato ad un certo tipo di innocenza e purezza – tutta la bellezza classica è collegata alla realtà. Questa idea diviene complessa nel momento in cui osserviamo un aereo militare. E’ costruito per funzionare e spesso per compiere azioni distruttive. Dall’altro canto la sua apparenza è fatta per catturare la mente di un bambino – da giocattolo suscita fantasie come quella del volare o del potere e forse contribuisce alla decisione del piccolo di diventare pilota un giorno.
Questo solleva molte domande:
E’ una copia “innocente” di un’arma, come un fratello benigno o un gemello malefico dell’originale? Cosa rappresenta un oggetto o un’immagine quando mima la forma e l’apparenza di qualcosa di pericoloso? Diviene pericoloso anch’esso?

EG) La mimesi è concepita come un metodo di protezione nell’evoluzione biologica. Possiamo considerare “L’apparire” una nozione ugualmente importante nel sistema evolutivo?

AS) In biologia noi decidiamo tra due strategie di mimesi: una aggressiva e una difensiva. In questo caso potrei citare il testo che Johan Frederik Hartle ha scritto per il mio libro: “… entrambe le forme sono equivalenti all’interno del mondo della strategia militare. La mimesi aggressiva (o mimesi Peckhamiana) è principalmente l’adattamento di un predatore a tutto ciò che lo circonda, sotto forma di travestimento. L’obiettivo è quello di sorprendere le prede all’interno di un ambiente apparentemente inoffensivo. … nell’evitare di cadere preda dei predatori, la mimica difensiva svia una minaccia dove effettivamente non esiste. Questi casi di mimesi sono un’approssimazione ottica di un’alternanza che fornisce efficacemente protezione. Questo include elementi di manipolazione (mimesi e mascheramento) come strategia di sopravvivenza: …”
Quindi “l’apparenza” evoluzionistica agisce in due modi diversi e non unicamente a scopo protettivo.

EG) Quanto tempo hai impiegato per mettere insieme Disguise and Deception?

AS) Se considere le mie prime visite alla Tarnen und Täuschen ho impiegato quasi tre anni per pubblicare la ricerca. Il libro è la mia prima pubblicazione, e volevo prendere tempo il tempo che mi serviva per trovare il modo corretto di editare il tutto. E’ stato un vero onore che il museo di fotografia di Amsterdam (FOAM) abbia voluto esibire il progetto e organizzare il lancio del libro. Quando si è presentata l’occasione, il libro era finito, in perfetto tempismo. Sono stata anche molto fortunata, ho lavorato con persone eccellenti. La pubblicazione è una co-pubblicazione, per essere precisa, tra Van Zoetendaal in Olanda e Kodoji Press in Svizzera. Ambo le case editrici si sono rivelate aiuti fondamentali con la loro esperienza e perizia. Johan Frederik Hartle che ha scritto il testo, ha compiuto un lavoro fantastico, dando alle immagini il giusto inquadramento storico e politico. Gaël Paccard, che si è occupato del design, è uno dei più talentuosi grafici che io conosca. Le mie conversazioni con Brian McKenna, che ha supportato l’editing e la traduzione, ha avuto probabilmente la maggiore influenza intellettuale sul lavoro. Quindi, questo libro – come la maggior parte delle pubblicazioni – vede la luce da un gioco di squadra, un lungo ma divertente processo.